Benedetto Di Iacovo, Segretario generale Confial
Il 25 aprile di quest’anno doveva costituire un’occasione per gli italiani di ricordare e vivificare i grandi valori di pace e di libertà, che l’invasione russa in Ucraina e le restrizioni imposte dalla pandemia hanno reso ancor di più importanti e desiderati.

E invece la Festa della Liberazione si annuncia, ancor più che negli ultimi anni, come un appuntamento divisivo.
La polemica che divampa questa volta, non riguarda il revanscismo di qualche gruppo neofascista che sfila a Salò, oppure da chi, ipocritamente, vorrebbe abolire la festività, per riunificarla con quella del 2 giugno in una sorta di giornata nazionale dell’Unità, quale un’unica e più neutra celebrazione repubblicana, sul modello dell’Independence Day del 4 luglio negli Stati Uniti o il 14 dello stesso mese, in cui ricorre in Francia la presa della Bastiglia. E l’obiettivo dello scontro non sono neppure le bellissime strofe di “Bella ciao”, con lo straordinario messaggio evocativo di lotta per la libertà che esse diffondono, cantate da tutti i popoli della Terra in nome di questo valore universale.
È il giudizio sulla guerra in corso ad avere sollevato una nuova contrapposizione, tra chi non distingue aggressori e aggrediti, quest’ultimi, gli ucraini, assimilati tout court al battaglione neonazista Azov, riprendendo le parole d’ordine dei “vecchi marciatori per la pace” dei trascorsi anni Ottanta, che manifestavano contro i missili Cruise e Pershing schierati in risposta agli SS20 dell’Unione Sovietica, ed una certa ortodossia atlantista, anch’essa fuori dalla storia, finita la guerra fredda.
E così, la dialettica ha riportato indietro le lancette della storia, ai tempi dello scontro ideologico di sistema, con una parte che contesta “l’imperialismo del capitalismo globalizzato degli Stati Uniti” e l’altra il ritorno dello stalinismo dello zar neocomunista Putin, l’una e l’altra senza una capacità di discernimento dei reali rischi che il conflitto in Ucraina ha sulla pace e la sicurezza mondiali, strumentalizzando la Festa della Liberazione e inibendogli quella funzione di celebrazione della democrazia da parte di tutti gli italiani che credono in questo valore, presidio contro quel “fascismo eterno” evocato da Umberto Eco, in nome dei valori universali di fratellanza sui cui instancabilmente si svolge la predicazione di Papa Francesco.
E questo settarismo fuori dal nostro tempo, riguarda anche il sindacalismo confederale, diviso e risucchiato nei due campi avversi, la Cgil in quello del “pacifismo a senso unico”, la Cisl in quello della “cieca fedeltà atlantica”, la Uil con una posizione anodina, gli autonomi silenti.
La Confial, il sindacato di comunità, in questo disarmante contesto, invece, vuole ribadire i valori del 25 aprile e della Resistenza, ricordando i grandi scioperi che in quel mese del 1945, in continuità con quelli del 1943, prepararono l’insurrezione che condusse alla liberazione dal nazifascismo.
La notte tra il 17 e il 18 aprile a Torino e in altre città industriali del Nord si preparò la mobilitazione. La mattina del 18 aprile tutto si fermò, le fabbriche, le botteghe artigiane, i negozi, i mercati rionali, ma anche le scuole, i tram, i treni, i servizi postali e telefonici, in vista dello sciopero insurrezionale del 18 aprile, la cui riuscita fu senza precedenti per compattezza e slancio unitario.
Ecco, la Confial desiderava per questo 25 aprile una mobilitazione sindacale unitaria, per lanciare un messaggio comune dei lavoratori italiani di speranza per la pace, nel nome della libertà, della giustizia, dell’uguaglianza, della democrazia, ricordando coloro che sono morti per far vivere questi princìpi, magari con un comizio al quale fare intervenire le donne che durante la Via Crucis si sono scambiate un sorriso, Dina Franczeska Shabalina, ucraina, e Julia Sineva, russa.
Un’iniziativa di questo tipo, dal valore fortemente simbolico, avrebbe dimostrato che il sindacato nel nostro Paese non è immemore dello straordinario messaggio di esaltazione di pace, ancor più attuale nel dramma della guerra che sta sconvolgendo il mondo, del “presidente più amato dagli italiani”, Sandro Pertini: “L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire“.
E nel nome di questo messaggio la Confial celebra il 25 aprile.