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Pino Aprile: L’incredibile e triste storia di Sara Scarpulla, combattente antimafia, madre del martire Matteo Vinci, ora nostra candidata in Calabria

Una stele che ricordi, dinanzi al Comune di Limbadi, i nomi delle vittime di mafia. Anzi dei “martiri”, perché tali li definì Giovanni Paolo II nella sua famosa invettiva in Sicilia. Lo chiede Sara Scarpulla; lei e suo marito Francesco sono i genitori di Matteo Vinci, loro unico figlio educato alla legalità nella patria dei Mancuso e morto il 9 aprile 2018, bruciato vivo in un attentato con una bomba, insieme a suo padre, rimasto invalido.

La proposta di Sara e Francesco viene ora fatta propria dal Movimento 24 Agosto per l'Equità Territoriale, che la sosterrà in tutte le sedi, e ha chiesto a Sara Scarpulla di portare la sua battaglia contro la 'ndrangheta nel Consiglio regionale, quale candidata dal M24A-ET. Sara ha accettato. La ringraziamo: siamo onorati di poter fare della storia e delle battaglie dei Vinci la nostra bandiera contro i Mancuso di Limbadi e la 'ndrangheta.
Le persone perbene devono tantissimo alla coerenza, all'esempio e al dolore dei Vinci, privati dell'unico figlio; ed è bene dirlo e agire di conseguenza, dal momento che «nessun ente pubblico, il Comune, la Regione, lo Stato nelle sue istituzioni, o associazione antimafia ha voluto costituirsi parte civile con noi al processo contro gli imputati per l'assassinio di nostro figlio e l'invalidità di mio marito Ciccio».
Ascoltare la persecuzione dei Vinci è un tormento: «Trent'anni», racconta Sara, «noi abbiamo denunciato sempre. Ci uccidevano i cani, gli animali, ne buttavano le teste sul tetto. La nostra colpa? Le terre dei Vinci, che mio marito ha ereditato e sono della sua famiglia dal 1.700. E non vogliamo vendere. Sono circondate dalle terre dei Mancuso. E sentirsi soli».
Il Comune? «È circondato dalle case dei Mancuso. Per questo la stele con i nomi dei martiri di mafia deve stare davanti al Comune. È una guerra per la legalità, contro il malaffare, e i nomi dei caduti devono essere davanti alla casa di tutti».
Le forze dell'ordine? «Abbiamo subito due agguati, nel 2014 e nel 2017. I carabinieri hanno declassato il primo a rissa, fra me, che avevo già più di 60 anni e mio marito, che ne aveva quasi 70, e sei di quegli altri, con i bastoni. Chiunque guardi le foto di come ci avevano ridotti può farsi un'idea. Poi nel 2017, mio marito fu ridotto quasi in fin di vita. E nel 2018 la bomba. Lo Stato è corresponsabile di quello che ci è stato fatto».
La magistratura? «Per l'agguato del 2014, io ferita, fui ammanettata; e in tribunale, noi eravamo nelle gabbie, incluso mio figlio, che non era presente all'aggressione; e loro ai banchi, con degli esponenti delle forze dell'ordine che portavano l'acqua minerale».
I presunti esecutori materiali dell'attentato con la bomba sono stati individuati e nella conferenza stampa con cui lo annunciava, il 20 ottobre scorso, il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri spiegò che l'azione omicida, con il ricorso a una bomba, era stata “eclatante”, per intimidire i molti, non solo per eliminare l'irriducibile Matteo; e altrettanto decisa doveva essere la risposta dello Stato. L'inchiesta aveva permesso di scoprire anche un traffico di droga. Tra gli arrestati, Pantaleone Mancuso, indagato a piede libero il nipote Alessandro Mancuso, una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere anche a Rosaria Mancuso e Vito Barbara; arrestati Filippo De Marco, Antonio Criniti, Domenico Bertucci; coinvolti nell'inchiesta Salvatore Paladino e Giuseppe Consiglio.
«Siamo circondati dai Mancuso», continua Sara. «Persino al cimitero, la loro cappella è accanto alla tomba di mio figlio. Ogni volta che andiamo a deporre un fiore...».
Il Movimento per l'Equità Territoriale candida Sara Scarpulla, perché lei sia voce dell'antimafia nelle istituzioni, nella massima rappresentanza politica della Calabria. Quale tappa ulteriore di una battaglia per la legalità che a suo figlio è stato impedito di continuare.
«Lungo la strada da Limbadi a Vibo ci sono molte scritte che ricordano il sacrificio di Falcone e Borsellino. Il tempo le sbiadisce. Matteo mi diceva: “Mamma, dobbiamo comprare la vernice per rimarcarle. Il ricordo del loro esempio deve essere sempre vivo”».
Sara non voleva accettare la nostra offerta di candidatura. La tragedia che ha devastato la sua famiglia ha ucciso il futuro. Matteo era l'unico figlio; Ciccio è rimasto invalido; Sara ha sulle spalle il dolore e la memoria. «Come faccio, con quello che ho nel cuore e a casa?», ci aveva detto.
Non volevamo forzare la sua volontà, ma due cose, giusto due, era mio dovere dirgliele: «Sara, hai ragione; forse noi chiediamo troppo, pretendendo che tu torni a batterti dopo quello che vi è stato fatto. Ma il guaio con la mafia è proprio questo: piegano gli altri con i dolore e passano sulle loro vite. È difficile fare di quel dolore un'arma di giustizia, ma non ce n'è un'altra per chi è stato colpito così duramente. Diciamo così, allora: non lo chiedo a te, ma a tuo figlio. Cosa avrebbe risposto?».
Sara ha taciuto, qualche ora dopo ha mandato un messaggio: Matteo non si sarebbe tirato indietro. Siamo onorati, commossi e fieri di dire ai calabresi perbene, ai nostri giovani costretti ad andare via sfiduciati: se Sara, con la sua famiglia e quello che ha patito, riprende a battersi per una Calabria migliore, nessuno di noi può fare di meno. Il suo esempio è la nostra bandiera.

Pino Aprile. Presidente Movimento 24 Agosto Equità Territoriale.

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