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CARIATI, IL PRONTO SOCCORSO CHE ANCORA NON C’È: LA RABBIA DI GRECO DAVANTI ALL’OSPEDALE SOSPESO

Posted on Maggio 9, 2026 By COMUNICATO STAMPA


Il presidente di Unimpresa Sanità e Welfare dopo aver bruciato la lettera di Occhiuto, guida il sit-in davanti al “Vittorio Cosentino”. «Qui non manca soltanto un reparto: manca la fiducia». Sullo sfondo, una sanità che da anni promette aperture mentre il territorio continua a sentirsi scoperto.

Davanti all’ospedale “Vittorio Cosentino”, ieri pomeriggio, c’erano più simboli che certezze. Il sit-in organizzato da Giancarlo Greco si è svolto nell’area ospedaliera di Cariati, sotto un cielo basso di maggio e accanto a manifesti che, più delle parole, raccontavano il clima di esasperazione sedimentato in questi anni. Su uno striscione affisso poco distante, il volto del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, era stato trasformato in una caricatura collodiana: naso lungo da Pinocchio, cappello fiabesco e una scritta secca, quasi brutale — “Caro Pin…Occhiuto, a Cariati si muore”.
Un’immagine volutamente provocatoria, certo. Ma anche il segno d’una sfiducia che qui ha smesso da tempo di esprimersi con il linguaggio istituzionale.
Non è stato un presidio politico nel senso tradizionale del termine. Anzi. Greco aveva chiesto esplicitamente che la manifestazione restasse “off limits” per esponenti e simboli di partito, nel tentativo — almeno dichiarato — di sottrarre la battaglia sul pronto soccorso alla liturgia delle appartenenze elettorali. Una linea che nel piazzale dell’ospedale si percepiva chiaramente: niente bandiere, nessun palco istituzionale, soltanto cittadini, operatori sanitari, familiari di pazienti e volti segnati da una stanchezza ormai antica.
L’ospedale, intanto, resta in quella terra di mezzo che i cittadini conoscono fin troppo bene: abbastanza aperto da poter essere mostrato, non abbastanza funzionante da far sentire davvero al sicuro chi vive lungo la fascia ionica e nel suo entroterra.
E così, mentre nel piazzale si raccoglievano cittadini e attivisti, la protesta assumeva i contorni di qualcosa che andava oltre il semplice presidio sanitario. Più una stanchezza civile che una protesta politica.
Non una folla oceanica. Però sufficiente a capire che, da queste parti, il rancore verso una sanità percepita come incompiuta non nasce oggi.
Giancarlo Greco, presidente nazionale di Unimpresa Sanità e Welfare, ha preso la parola senza particolare teatralità, anche se il gesto destinato a restare era arrivato ore prima: bruciare pubblicamente la lettera inviata dal presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto al sindaco di Cariati, Cataldo Minò. Una lettera nella quale si assicurano tempi e servizi per la riattivazione del presidio sanitario e che Greco ha definito «una presa in giro».
La carta brucia in fretta. Le promesse molto meno.
Greco parla per quasi mezz’ora. A tratti si interrompe, torna indietro, cambia direzione. Non sembra interessato all’oratoria; piuttosto all’urgenza di accumulare immagini concrete, episodi, paure quotidiane.
Il centro del discorso resta sempre quello: l’assenza di un pronto soccorso pienamente operativo in una fascia jonica che continua a sentirsi periferia sanitaria della Calabria.
«Se uno ha un infarto qui — dice — l’ambulanza arriva, ti prende e deve correre altrove. Rossano, Acri, Cosenza. Sempre altrove!». Attorno, qualcuno annuisce senza applaudire. È un dettaglio piccolo, ma significativo. In Calabria il rapporto con la sanità pubblica ha consumato persino l’energia della protesta.
Nel suo sfogo Greco insiste su un punto che va oltre la medicina d’urgenza. Il pronto soccorso, nelle sue parole, diventa quasi un indicatore di cittadinanza. “La gente qui paga le tasse come tutti”, ripete più volte. E subito dopo scivola su un piano diverso: turismo, investimenti, attività commerciali che non decollano, famiglie che vivono con la percezione costante di essere lontane dalla sicurezza essenziale. «Puoi avere il mare più bello del mondo», dice a un certo punto, «ma se una persona teme di non essere soccorsa, non viene a Cariati».
È difficile stabilire quanto ci sia di analisi economica e quanto di esasperazione personale. Probabilmente entrambe le cose.
Dentro il presidio ospedaliero, intanto, qualcosa si muove davvero. Nella comunicazione ufficiale della Regione si parla del completamento dei lavori entro il 30 giugno 2026, dell’attivazione della medicina generale con venti posti letto, di servizi diagnostici, laboratorio analisi, radiologia, guardia medica. E soprattutto di un “Presidio di Primo Intervento”, formula tecnica che però, da queste parti, viene percepita quasi come un compromesso linguistico rispetto alla parola che tutti continuano a usare: pronto soccorso.
La differenza non è soltanto semantica.
Occhiuto rivendica un percorso di riordino complicato, dentro una rete ospedaliera fragile da anni. E Greco stesso, in passato, aveva riconosciuto pubblicamente al presidente della Regione il merito di aver riportato criteri più trasparenti negli accreditamenti sanitari, parlando di pratiche finalmente gestite “in ordine cronologico” e non secondo logiche clientelari. Un passaggio che oggi rende ancora più interessante la sua posizione: la critica non arriva da un oppositore ideologico permanente, ma da chi sostiene di aver creduto nelle promesse della riapertura.
Poi ci sono i racconti. Ed è lì che il discorso cambia consistenza.
Greco aveva già ricordato, nei giorni scorsi, una donna morta a gennaio per una embolia, a pochi minuti da quello che definisce “il pronto soccorso fantasma”.
Raccontava, ieri, di farmaci cercati in emergenza attraverso conoscenze personali. Di familiari trasferiti in ospedali sovraffollati. Episodi impossibili da verificare integralmente nel dettaglio, almeno nell’immediatezza, ma che restituiscono un clima emotivo preciso: la percezione diffusa di vivere in un territorio dove la sanità sia diventata una questione di fortuna, relazioni, resistenza individuale.
Fuori dall’ospedale il vento, verso sera, portava l’odore del mare fin dentro il piazzale. Qualcuno continuava a discutere a gruppetti anche dopo la fine del sit-in. Nessuna tensione particolare, nessuno slogan organizzato. Più che una manifestazione di protesta sembrava una lunga conversazione collettiva accumulata negli anni.
Resta una domanda sospesa, e non riguarda soltanto Cariati: quanto tempo può resistere un territorio quando i servizi essenziali vengono percepiti come concessioni e non come diritti normali?
Le strutture, prima o poi, si inaugurano. La fiducia molto più difficilmente!

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