
di Enzo Cuzzola
Cari amici che avete lasciato i nostri borghi,
forse per lavoro, forse per necessità, forse per inseguire un futuro migliore altrove. Le vostre case, un tempo piene di voci e di vita, oggi sono chiuse, silenziose, con le imposte serrate.
In quelle stanze c’è ancora l’eco delle risate dei bambini, il profumo dei pranzi in famiglia, la memoria di chi vi ha preceduti. Non sono soltanto muri: sono radici.
E chi perde le radici, perde anche una parte della propria identità. Non si tratta di nostalgia fine a sé stessa, ma di continuità: di sentirsi parte di una comunità che non è morta, ma che attende di essere riscoperta. Tornare, anche solo per pochi giorni, significa dare nuova linfa a quei luoghi, a quelle storie, a quei legami che rischiano di scomparire.
Per questo mi rivolgo anche a voi, politici e amministratori.
Il turismo delle radici non può restare uno slogan: dev’essere una politica concreta. Occorrono misure per rendere accessibili i nostri borghi, per incentivare chi vuole ristrutturare le case di famiglia, per favorire il ritorno di chi è emigrato, anche solo temporaneo. Bisogna investire in accoglienza, servizi, infrastrutture e comunicazione, ma anche in cultura e memoria, perché non si tratta solo di turismo: è un investimento sulla nostra identità collettiva.
Il turismo delle radici non è guardare indietro.
È costruire il futuro su basi solide, fatte di storia, di comunità e di appartenenza.
È un invito a voi che siete lontani: tornate. E un impegno che chiedo a chi governa: rendete possibile questo ritorno.
Enzo Cuzzola

