
di Michele Minisci
I giorni passavano così, strascinandosi uno dietro l’altro, in quella lunga estate del 1957, quando puntualmente, come ad ogni metà del mese di luglio, arrivò il “pacco” dall’ America.
La giornata cominciò col gran trambusto che faceva Angelina, la nostra tata, mentre gridava a squarciagola girando per tutta la casa:“ E’ arrivata la Merica. E’ arrivata la Merica”. Sì, insomma era arrivato un pacco dagli zii, i fratelli di mia madre, i Cozzolino, che erano emigrati in America tanti anni prima, a Westerly, vicino a New York.
Una volta all’anno ne arrivava infatti uno. Era un modo di tessere quel filo sottile ma pieno di ricordi, di emozioni, di sensazioni, che li legava ai parenti, alla patria lontana. Ma verso l’inizio degli anni Sessanta quei pacchi tanto agognati smisero di arrivare perché in Italia era arrivato il “ Bum” economico che secondo le mie sorelle più grandi, già al primo anno di università a Napoli, significava che stava arrivando il “benessere” nel nostro paese, grazie all’aiuto degli americani e di tutti i milioni di dollari che facevano arrivare in Italia tramite il piano che loro chiamavano “Marshall”, che io pensavo fosse un maresciallo che ci voleva bene, ma che poi scoprimmo che servivano per fermare il comunismo! Cose da grandi di cui non capii una mazza ma che evidentemente avevano convinto gli zii americani che non avevamo più bisogno dei loro regali.
Quell’anno il pacco era enorme, sarà stato forse più di cinquanta chili, portato a casa nostra dal postino su di una carriola, quella che serviva ai muratori per trasportare la sabbia.
Mia madre con delle grosse forbici, dandosi una certa aria di solennità, per alimentare la nostra curiosità e felicità, comincia finalmente a tagliare lo spago che lo avvolgeva da ogni lato, fermato ogni tanto dalla ceralacca rossa, e inizia a svuotarlo tra i gridolini isterici delle mie sorelle. Un pacco che veniva sempre aperto con un rito collettivo che sapeva di attesa e sorpresa.
Per prima vedo sbucare fuori una corta pelliccia di volpe rossa, che mia madre, che faceva l’ostetrica del paese, cominciò a indossare all’inizio di ogni inverno, sempre con orgoglio quando a dorso di mulo, di cavallo o di asino al guinzaglio del marito della donna che doveva fare il figlio, si recava dalla donna di turno che stava per partorire, con la curiosità e un po’ di invidia di tutte le altre partorienti che seguiva in continuazione con premura e passione; poi un cappellino color amaranto con una grossa rosa di seta bianca su un lato, poi delle lunghe code di volpe con all’estremità la faccina imbalsamata con due occhi di vetro che mi fecero una gran paura, e ancora, diverse paia di scarpe, di un numero indefinito ma molto grandi. Ma che piedi grandi hanno questi americani, penso tra me e me, chissà chi le avrebbe portate?
Poi saltano fuori diverse buste con delle calze di nylon, che le mie sorelle più grandi ancora non avevano mai viste e quindi scoppiano di gioia battendo freneticamente le mani, e tanto altro tipo di vestiario e poi…ecco sbucare le caramelle, le gomme da masticare, le tanto agognate cevingumme, dal sapore di una menta mai sentito prima e che mi sono portato dentro per tanti e tanti anni; un palloncino di plastica gonfiabile a spicchi coloratissimi, che emanava un intenso odore, quello particolarissimo della plastica colorata, che io non avevo mai sentito prima.
Infine, proprio in fondo al pacco, ecco saltare fuori un pallone di cuoio, sgonfio, bello nuovo e tutto lucido, figuratevi la mia gioia; ma appena lo presi in mano mi accorsi subito che il pallone non era rotondo ma oblungo, sembrava un cocomero.
Alla prima pensai che forse era stato deformato stando in fondo al pacco e che poi giocandoci sarebbe ritornato normale. Ma la prima volta che lo portai al campo sportivo, dopo averlo gonfiato col compressore dell’omino Michelin nell’officina di mio padre, per mostrarlo, pieno di orgoglio, ai miei amici, non appena cominciammo a fare la partita…quel pallone saltava da tutte le parti e non riuscivamo mai a prenderlo. Potete immaginare la delusione mia e di tutti i miei compagni!
Dopo qualche tempo venimmo a sapere che quello non era un pallone da calcio ma …da rugby, un gioco che noi non conoscevamo e che in America era molto diffuso e si giocava con le mani!
Rimanemmo tutti un po’ delusi ma dopo una settimana non ci pensammo più e riprendemmo a giocare col nostro vecchio pallone di cuoio tutto rappezzato e mezzo sgonfio.
Michele Minisci

