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Che Gemma di libro! Il fiore delle illusioni, un altro splendido romanzo di formazione di Giuseppe Catozzella

Posted on Dicembre 15, 2024Dicembre 15, 2024 By I&C

CONATUS ESSENDI

L’incisiva e delicata penna di Giuseppe Catozzella commuove e convince ancora: dopo il successo internazionale di “Non dirmi che hai paura” (2014), ispirato all’annegamento nel Mediterraneo della velocista somala Samia Yusuf Omar, “Il fiore delle illusioni” (Feltrinelli, ottobre 2024) è un altro splendido romanzo di formazione. Per figli, padri e il Paese intero. Ripercorre, infatti, la “vita agra” nell’Italia spaccata del secondo dopoguerra, che non è stata in grado di proteggere i giovani, ha soffocato i genitori con l’illusione del boom economico, provocato una dispersione di valori e lasciato soli Falcone e Borsellino.

I cugini Luciano, di tre anni più grande e quindi specchio e pietra di paragone, e Francesco sono i due volti di una generazione che rivendica il diritto di sognare, uno seminando il suo futuro nella terra, ingrandendo la masseria di famiglia, l’altro intraprendendo la strada scivolosa della letteratura, per raccontare verità.

Ogni estate, percorrendo i “famigerati” 1.000 km, Francesco si lascia alle spalle l’alienazione e il razzismo cittadini e rivive l’incontro con Monte Aspro e con Luciano, che prega lavorando i campi e legge la Bibbia e Walt Whitman. Nella casa in pietra, tra le colline, gli animali, la raccolta delle olive, la mungitura, i pascoli, la vendemmia, i “gesti ripetuti da secoli”, le regole si allentano, lo stress si placa, le spalle si abbassano e l’aria si respira a pieni polmoni. Sembrerebbe lontano il sud fotografato da Carlo Levi, che aveva immortalato anche il padre di Francesco come bambino della miseria, ma è ancora la terra di Silone, immobile, dove i vincitori e i vinti sono gli stessi da sempre.

L’Italia si apre in due come una ferita dentro Francesco, che “giù” è “Fra’ il milanese” e “su” è il “teruncel”. La frattura degli emigrati si ricompone così di anno in anno: Francesco e i suoi genitori ritrovano pezzi di sé (pag. 20), di quelle origini che, tra il proletariato e la borghesia industriali, sono una macchia, una vergogna da relegare in cantina, insieme ai poster e alle conserve.

Luciano è uno “strano”, che è restato a differenza dei due fratelli maggiori, ma non si è omologato. Nel borgo medievale è considerato portatore di malocchio semplicemente perché tre volte da piccolo ha detto quello che sapeva e/o pensava. «Il soprannome gli si era cucito addosso e non si staccava più». Lo stigma finale sarà letale: invertito. Luciano non ha alcuna possibilità di essere compreso nel luogo in cui sopravvive la magia delle guaritrici che tolgono “l’affascino” e talvolta aiutano le ragazze a liberarsi da gravidanze impossibili. «Luciano è il personaggio più misterioso che mi sia capitato di mettere su carta» – ha dichiarato Catozzella in un’intervista – «Non l’ho mai controllato ma il romanzo si è costruito intorno a lui e, a un certo punto, mi sono arreso a questa sorta di Leviatano».

Il racconto è dicotomico, zeppo di antitesi: l’estate tra i calanchi della Lucania si contrappone all’inverno della periferia meneghina; c’è chi ostinatamente emigra e chi altrettanto ostinatamente rimane; la velocità della città si arrende alla lentezza del paese; i sogni dei giovani si dissolvono nelle frustrazioni degli adulti; la morte si svela per portare la vita.

La narrazione tenta di fare i conti col passaggio dal mondo di natura al mondo di cultura. Francesco e il padre hanno condiviso lo stesso sogno, ma quest’ultimo lo osteggia ribadendo: «Stai attento ai libri. Quello che ti danno dentro, ti tolgono fuori». Il padre è figlio della Ricostruzione, di un paese agricolo e ancora tanto povero. Le sue ambizioni le ha dovute ancorare alla materia, i soldi. Francesco non vorrebbe calcare i suoi passi, ma finisce con l’emigrare per cercarsi e diventare ciò che è: «Volevo diventare qualcun altro rispetto a chi ero, quello di Milano, quello di Monte Aspro. Diventare e basta».

Scrivere per Francesco è un atto di coraggio, verso se stesso, verso i suoi genitori e i loro sacrifici: è un sogno da spiantato, il suo, che rovista negli angoli di una realtà che ha l’urgenza di autenticità., di una cultura evolutiva e costruttiva.

Secondari ma finemente caratterizzati i personaggi della nonna rimediante, di Ella l’australiana che cammina a piedi nudi, di Giovanni, il prof. di filosofia poeta. Suicidio, amore, amicizia sono altri temi immancabili nel percorso di crescita dei protagonisti. Come i molti fari letterari citati (“Walden” di Thoreau, “Idea” di Zanzotto, “Lo straniero” di Camus, “Il processo” di Kafka, “Hope” della Dickinson, “Faust” di Goethe, “La storia” della Morante, opere diverse di Foscolo, Leopardi e Montale).

Sin dal titolo, i miei riferimenti sono invece un omaggio a Catozzella, laureato in filosofia, la cui vita è intimamente intrecciata a quella di Francesco: è milanese, ha lavorato come editor, ha vissuto in Australia.

In Francesco, c’è anche qualcosa di me.

Gemma

Gemma Guido LIBRO

Che Gemma di libro! ~ di domenica su I&C

Gemma Acri Guido è nata a Cariati e cresciuta a Rossano. Ha poi cambiato casa e paese più volte di quelle in cui si è lasciata tagliare i capelli.
Dopo qualche anno nelle scuole del Cuneese, ora insegna Lettere al Liceo artistico di Ciampino. In precedenza è stata corrispondente de “Il Quotidiano della Calabria”, editor e correttrice di bozze. Le piace mangiare (anche se non si direbbe!), andare al cinema, viaggiare e camminare. Crede che i suoi genitori l’abbiano ormai perdonata per aver trasformato la loro casa in una biblioteca. E che l’ironia, i cani e la poesia salveranno il mondo. Oltre alla lettura, naturalmente!

Eventi e Cultura Tags:Che Gemma di libro, Domenica, feltrinelli, Gemma guido, Giuseppe Catozzella, Il fiore delle illusioni, libri, Non dirmi che hai paura, Racconto, Recensione libro

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