Nessun territorio può togliersi dalla vista le cicatrici di cui è segnato, ma la Sibaritide, per l’aberrante via della violenza rischia di vedere sfigurato per sempre il suo volto ameno e soprattutto infangata la sua gloriosa storia. Infatti, ogni genere di sopraffazione che si fa nociva della dignità del territorio è un’offesa all’intera collettività! Sono queste le parole velate di sofferenza che si sprigionano dal mio cuore constatando ieri sera “de visu” il vile ed ignobile gesto, perpetrato nella notte di martedì 29 aprile u.s. contro i locali di ministero pastorale della Parrocchia san Giuseppe in Sibari di cui sono parroco. Un gesto spregevole che genera tanta tristezza e che va condannato senza mezzi termini. Un atto indegno che aderisce al regno del peccato e fa di chi lo ha perpetrato un altrettanto operaio della sinagoga di satana. Dovete sapere che con questi atteggiamenti offendete la dignità di tutti violentando i nostri sentimenti più puri. Non so se posso appellarmi alla coscienza che anche voi avete. Io penso che Dio vi inquieti nell’intimo quando con il vostro agire turbate la speranza sacrificando la pace degli altri. È lo sgomento il sentimento che si fa strada e pervade la nostra comunità – ogniqualvolta si verificano gesti del genere, che tra l’altro, vanno a colpire la sfera personale. La parrocchia di san Giuseppe – i cui locali si prestano ai bisogni sociali, quelli di sopra verranno a breve utilizzati per volontà del nostro vescovo e col supporto della Caritas diocesana come dormitorio e le due stanzette di sotto sono utilizzate dall’Accademia musicale Maria Callas diretta dalla locale artista Francesca Campanella – di cui quest’anno ricorre il centesimo anniversario della sua dedicazione è patrimonio di tutti e a nessuno è consentito spregiarne il volto. Infatti quello che si è verificato non una semplice bravata o del vandalismo anonimo, ma un sacrilegio ovvero un’offesa all’intera comunità perché questo luogo rappresenta – per storia, cultura e tradizione – indistintamente tutti noi. Questo grave episodio, allora, ci spinge ancor più a promuovere tutte quelle azioni necessarie che mirano a creare condizioni alternative per incarnare nel territorio la vita buona del Vangelo.
L’occasione mi è propizia per stigmatizzare anche gli incedi delittuosi verificatesi di recente a Marina di Sibari, località a sfondo prettamente turistico sul cui territorio l’estate transitano migliaia di persone provenienti da ogni dove. Pertanto con la stagione estiva oramai alle porte, azioni del genere non rappresentano certo un buon biglietto da visita per l’incremento del nostro turismo e per la nostra già anemica economia.
Allora interpretando i sentimenti dell’intera comunità ecclesiale sibarita esprimo vicinanza alle famiglie vittime degli atti delittuosi, con la speranza nel cuore che al più presto le forze dell’ordine – che ringrazio per il già prezioso lavoro che svolgono – facciano luce su quanto sta accadendo, per ristabilire, a Sibari e nell’intero territorio, il senso della giustizia e della legalità.
Troppi silenzi accompagnano gli episodi di violenza a danno della nostra crescita civile. Allora il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno. Dio ci chiama ad essere profeti. Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ez 3,16-18). Il nostro vescovo mons. Savino non si stanca di ripeterci che il Vangelo non è destinato a convertire sol¬tanto il cuore dell’uomo, purificandolo intimamente da tante stor¬ture, quanto – anche e visibilmente – a incidere nel tessuto socia¬le, ritessendo la società civile, abbattendo le “strutture di peccato” per spezzare le catene collettive che imprigionano e impediscono la creatività di tante energie positive. Nel suo alto Magistero tutto questo appare come una articolata premessa spirituale e teologica da cui muovere nell’azio¬ne pastorale, per trasmettere la fede oggi e qui e convertire le coscienze a battere le vie della Pasqua.
Perciò, con le parole profetiche e sempre attuali del grande Pontefice Giovanni Paolo II vi dico: nel nome Cristo, crocifisso e risorto, convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!
Dio può far spuntare i fiori anche nel deserto. Abbiate a sentirlo nella vostra inquietudine e nel richiamo interiore ad essere uomini di vero coraggio nel battere vie di chiarezza e non di maledizione. Il nostro è un popolo attaccato alla vita e non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria.
Il Signore ci chiama tutti ad una grande conversione: lasciare gli idoli che ci presenta questa società per incontrare il Dio della vita. Il Regno di Dio vuole altra «violenza» (Mt 11, 12), ci dice Gesù. È la lotta impegnata e paziente per liberarci dall’egoismo, dalle va¬nità e dall’illusione. Un grido il mio che si fa appello perché si faccia fronte comune contro ogni violenza e ci si renda promotori di una civiltà nuova, la civiltà dell’amore, che rappresenta il simbolo di un’autentica svolta verso una nuova antropologia della persona.
In quest’ora di smarrimento Dio tocchi il cuore di tutti per far¬celo nuovo, perché solo se ci rapisce Lui ci ritroveremo tra di noi; al¬trimenti, come Caino, ci dilanieremo l’un l’altro.
Pietro Groccia, Parroco Sibaritide e le comunità di Sibari e Lattughelle

