di Michele Minisci
Vaccarizzo – Il mio piccolo paesino calabro-arberesh situato su una collinetta che guarda la piana di Sibari, dove ancora aleggiano i miti della Magna Grecia, è circondato da enormi distese di ulivi, e alcuni di questi hanno un’origine centenaria, forse da 500 anni.
Quando avevo circa 10 anni a me piaceva molto visitare lo sterminato uliveto di nonno Francesco, con le sue circa 3.000 piante, quasi sempre nel tardo pomeriggio d’estate quando le centinaia e centinaia di cicale frinivano all’impazzata, godendo di quel caldo infernale, facendo quasi a gara per cantare più del vicino di ramo, come forte richiamo per attirare le femmine.
A me, quei piccoli animaletti ammucchiati in piccoli gruppi, sembravano invece tanti piccoli organetti, appesi ai rami contorti degli ulivi centenari, che facevano a gara a chi cantava, friniva di più, per fare forse la serenata a me e ai miei tre amici, i più monelli del paese, forse per farci star buoni per un po’ di tempo senza commettere i soliti guai per cui eravamo conosciuti in tutta la nostra piccola comunità.
E questo per due ragioni: la prima per poter acchiappare più cicale maschie possibili, le più grosse ma sempre più lenti a scappare all’avvicinarsi di una mano nemica chiusa a ”coppetto”, perché le cicale erano il cibo preferito del falchetto che stavo adottando dopo che lo avevo raccolto in seguito alla sua caduta dal nido ancora implume, ma anche perché, sadicamente, ogni tanto, le facevamo volare in piazza tra lo stupore generale dopo avergli inserito nel culo un lungo stelo di erba secca e vederle volteggiare all’impazzata come minuscoli elicotteri fino a scomparire dalla nostra vista!
Le cicale femmine erano invece più scaltre e veloci perché al primo sentore di pericolo, quando eravamo quasi ad un palmo dalla presa….ci sputavano in faccia un poderoso spruzzo di ….piscia e volavano via a spron battuto! Quelle figlie e ndrocchia!
Altre volte mi piaceva portare in mezzo all’uliveto la banda dei miei tre amici del cuore perché dopo aver assistito per circa dieci minuti a quel frinire assordante, tonante, impetuoso, che ci aveva coinvolti tutti e fatti entrare quasi in trance, io, all’improvviso, battevo fortemente le mani, solo una volta, e subito, come per magia, calava un silenzio assoluto, irreale. Era quello che volevo far sentire, provare, ai miei amici. Era un silenzio…assordante che a me sembrava farci sentire tutti soli, smarriti, in quella distesa di piante centenarie, con quei lunghi rami contorti, accavallati, abbracciati, quasi come alla fine di una lunga battaglia contro le sfuriate del vento di Ponente.
E mi sentivo trasportato in un’altra dimensione, in un vuoto assoluto, scollegato dal mondo intero, dai tuoi amici, dai tuoi pensieri, dai tuoi sentimenti, dai tuoi sogni.
Quello stop improvviso del nostro vivere quotidiano è stata per me un’altra strana esperienza, che mi ha fatto forse capire che questo assoluto e assordante SILENZIO, non era l’ASSENZA di qualcosa, ma la PRESENZA di tutto, del tempo indisturbato. Che dobbiamo ancora imparare a conoscere, a capire, ad apprezzare, a rispettare.
Questo era quello che io sentivo in tutti quei lunghi momenti e pensavo, speravo, ero convinto che anche i miei tre amici di sempre potessero sentire, percepire, captare.
Ma all’improvviso un potente e sentito, quasi corale…ma va fa…, da parte dei miei amici interrompe quel magico momento che io stavo vivendo e che volevo condividere con loro. Ma pazienza…una esperienza che sarà per qualche altra volta!
E questa altra volta, più banale, meno spirituale, più pratica e…terrena si verificava quando qualche giorno dopo decidevamo di andare ….allo “sbarro”, ovvero raccogliere le olive rimaste attaccate ai rami più alti e non raggiungibili dalle raccoglitrici ma facili prede per noi, e dopo aver riempito un bel paniere portarle al frantoio di zia Marietta che ce le pagava 50 lire, oltre a darci una bella fetta di pane duro abbrustolito imbevuta dall’olio che colava incessantemente dalle presse che spremevano incessantemente e lentamente la polpa di olive. Una prelibatezza che mi è rimasta in bocca per anni…e anni!
Michele Minisci

