Si è concluso il processo alla banda bulgara accusata di aver organizzato e gestito un vero e proprio giro internazionale di lavoratori da destinare alle campagne agricole nella sibaritide e tratti in arresto nel 2013 in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nell'ambito dell'operazione "Sangue Verde", evocativa dell'omonimo docufilm ( https://youtu.be/L88MWcUcEvY) sui fatti di Rosarno del dicembre 2008. Si tratta di Iliev Svetoslav, Kalcheva Dona, Vachov Borislav e Iliev Petyo, difesi dall'avvocato Antonio Pucci,accusati del reato di caporalato.

L'operazione investigativa era stata condotta dalla Polizia di Stato di Castrovillari, con l'ausilio dell'Interpol, che, dopo aver raccolto la denuncia di un cittadino bulgaro, che era riuscito a scappare alla morsa della banda, era stato raggiunto al porto di Brindisi da Iliev Plamen e Iliev Svetoslav e rapinato per aver osato ribellarsi. Il racconto della vittima apriva uno squarcio sul fenomeno del caporalato nella sibaritide. Gli inquirenti, attraverso i racconti dei lavoratori che si erano ribellati al giogo e tramite mirate intercettazioni telefoniche, hanno identificato e ricostruito una vera e propria rete internazionale diretta da due distinte organizzazioni. Una facente capo al gruppo Plamen e l'altra da Kirova Petya.I lavoratori venivano reclutati nei paesi dell'est europeo attraverso delle agenzie di lavoro straniere alle quali corrispondevano un compenso di circa 200 € in cambio dell'assicurazione di un posto di lavoratore stagionale nella campagne della sibaritide, del foggiano e di Ortona. Dopo un lungo viaggio, venivano condotti in Italia dove erano costretti a turni di lavoro massacranti in cambio di paghe irrisorie. Per la raccolta dei pomodori venivano retribuiti con 2€ per ogni binz riempito (pari ad oltre un metro cubo). La banda curava ogni minimo dettaglio connesso alla permanenza in Italia e si preoccupava anche di procurare un alloggio per il quale ogni lavoratore pagava la somma di 100€. L'organizzazione era capillare e meticolosa. I rapporti con i datori di lavoro venivano mantenuti esclusivamente dall'organizzazione bulgara che si preoccupava di portare all'incasso gli assegni corrisposti dalle aziende agricole ai lavoratori e per importi formalmente corrispondenti ai contratti di categoria, salvo poi indurre i lavoratori a tenere per sè solo le somme concordate con i caporali, riversando a questi ultimi la restante parte. Le attività investigative a quel punto hanno condotto a ravvisare anche responsabilità penali anche a carico di molti titolari di aziende agricole nonché di vari intermediari italiani, tant'è che dodici delle venti persone iscritte nel registro degli indagati sono cittadini italiani, evidentemente ritenuti fiancheggiatori al fenomeno del caporalato, le cui posizioni sono state stralciate e giudicate separatamente.Le accuse e le ipotesi investigative, però, fortemente contestate dalla difesa degli imputati non hanno trovato conferma nel corso del processo che si è concluso con una sentenza di assoluzione.

 


Commenti   

+3 #1 CARMINIELLI 2017-07-29 23:47
Io consiglierei a chiunque in Italia stia iniziando un processo per ottenerè giustizia di astenersI. .fermarsI. In Italia la giustizia sta dalla parte dei corrotti e non è il primo caso. In Italia i giudici stanno dalla parte dei delinquenti. Ormai da noi nemmeno si parla più di carcere al.massimo ARRESTI DOMICILIARI. Ecco perché la feccia di tutti i paesi si sta riversando da noi.
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